“Juan Román Riquelme non correva. Galleggiava. Non urlava. Sussurrava. Non giocava nel calcio: lo interpretava.”
Nel barrio di Don Torcuato, una periferia sospesa tra malinconia e poesia, nasceva un ragazzo con uno sguardo che sembrava sempre altrove. Occhi bassi, pensiero alto. Riquelme non entrava in campo per dominare: entrava per disegnare. Era un artista in una galleria dove tutti correvano.
Al Boca Juniors divenne leggenda prima ancora di diventarlo: il numero 10 degli Xeneizes, il numero che pesa come una nazione sulle spalle, lo portava come una seconda pelle. Con lui, la Bombonera respirava. La folla non applaudiva, si commuoveva.
Era calcio a rallentatore, ma solo per chi non capiva.
Román vedeva lo spazio un secondo prima che esistesse.
Il tempo lo controllava lui. Con un tocco, lo fermava.
Quando arrivò in Europa, al Barcellona, il calcio moderno — frenetico, muscolare, ossessionato dalla verticalità — non sapeva cosa farsene di un poeta. Van Gaal lo piazzò sulla fascia. Su quella linea laterale, Román era un’ombra: l’artista ridotto a comparsa. Ma poi, il Villarreal.
Ah, il Villarreal. Quel paesino con lo stadio incastrato tra le strade come una chiesa. Lì Riquelme risorse. In quel piccolo miracolo giallo, con Pellegrini in panchina e Forlán davanti, trasformò il Sottomarino in una nave da sogno. La Champions League del 2006 fu il suo spartito più audace.
Ma anche i geni hanno il cuore fragile. In semifinale contro l’Arsenal, minuto 88: calcio di rigore, il silenzio d’Europa sulle sue spalle. Tiro lento, Lehmann para. E con quel pallone, se ne va il sogno e resta solo l’arte.
Torna a Buenos Aires, dove il tempo non giudica, ma custodisce. Torna al Boca, da re. E diventa icona, simbolo, statua vivente. Non ride, non fa show: gioca. E questo basta.
“Riquelme è il 10 di chi ama il calcio lento, pensato, struggente. Di chi non cerca l’esplosione, ma la carezza. Di chi sa che la vera bellezza non urla: si ascolta in silenzio.”
Perché Román non era solo un giocatore.
Era una nostalgia in tempo reale.
Una cartolina spedita da un calcio che non esiste più,
ma che, quando lo guardavi, ritornava a vivere.

🎙️ Juan Román Riquelme – Tokyo, 28 novembre 2000
Boca Juniors vs Real Madrid – Il giorno in cui il tempo si fermò
“Contro il Realc Madrid non si gioca. Contro il Real Madrid si resiste, si soffre, si sopravvive. A meno che tu non sia Juan Román Riquelme. Allora non resisti: comandi.”
Tokyo, Coppa Intercontinentale.
Una notte limpida, i riflettori accesi su un palco che pare irreale.
Da una parte i galácticos, un Real Madrid vestito di mitologia: Figo, Roberto Carlos, Raúl, Hierro, Redondo.
Dall’altra, il Boca Juniors, la Bombonera in trasferta, Carlos Bianchi in panchina e un 10 che cammina più che correre.
🎬 Minuto 6.
Il Boca recupera palla.
Riquelme riceve tra le linee, si gira, e in un attimo vede tutto: la profondità, l’inserimento, il varco nella difesa madridista.
🎯 Palla millimetrica per Palermo. Uno a zero.
Non è solo un assist.
È una dichiarazione di stile.
È Román che ti dice: non ho bisogno di forza, io ho la visione.
🎬 Minuto 28.
Ancora lui. Con una finta col corpo manda fuori tempo due centrocampisti, poi verticalizza con una carezza per Palermo.
Due a zero.
E lì, il mondo si ferma.
Il Real Madrid guarda. Non riesce a reagire.
È stordito da qualcosa che non si può marcare: l’eleganza.
📌 In quella partita Riquelme non segna mai, eppure ogni azione nasce dai suoi piedi.
Ogni pausa è una sua scelta.
Ogni accelerazione parte da un suo sguardo.
Roberto Carlos sbuffa. Figo si innervosisce. Redondo lo rincorre — ma è come cercare di afferrare il fumo con le mani.
Non dribbla per umiliare.
Non gioca per lo spettacolo.
Gioca per affermare una filosofia.
“Il Real Madrid aveva il potere. Il Boca aveva Riquelme. E quella sera, il potere non bastava.”
🕰️ Al fischio finale è 2-1 per il Boca.
Ma il risultato è solo una cifra.
La vera vittoria è l’impronta che Román lascia su quel prato giapponese: un 10 in grado di piegare le regole del tempo, di rendere immortale un calcio che sembrava già scomparso.
Quella notte non ha fatto tunnel.
Non ha segnato gol.
Ma ha fatto qualcosa di più difficile:
ha domato il Real Madrid con il silenzio del genio.
“Non serviva che il mondo sapesse chi fosse Riquelme. Bastava guardare quei 90 minuti. E capire.”
TheFootballHub
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